Confartigianato APS

La Confartigianato imprese Latina è presente in provincia tramite la sua associazione di promozione sociale "CONFARTIGIANATO LATINA APS" che opera nel settore del sociale e del welfare, partecipando a progetti ed iniziative sul territorio, realizzando percorsi formativi e di orientamento per i giovani, le famiglie e le persone in difficoltà. E' presente anche nel Forum del terzo settore.

Il terzo settore si compone di oggetti organizzativi di natura privata che, senza scopo di lucro, perseguono finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale promuovendo e realizzando attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi.
Rientrano quindi tra gli enti del terzo settore realtà che, negli anni, sono state disciplinate da speciali Leggi, quali, ad esempio:
• associazioni di volontariato (Legge 266/1991);
• cooperative sociali (Legge 381/1991);
• associazioni di volontariato di protezione civile (Legge 225/1992, art. 18);
• associazioni di promozione sociale (Legge 383/2000);
• associazioni sportive dilettantistiche (Legge n. 398/1991, art. 90 della legge 289/2002);
• associazioni dei consumatori e degli utenti (D. Lgs. 206/2005);
• società di mutuo soccorso (Legge 3818/1886 e s.s.m.: DL 179/2012, art. 23);
• organizzazioni non governative (ONG) (Legge 49/87; Legge 125/2014, art. 26);
• impresa sociale (ex D. Lgs 155/2006, ora Legge 106/2016, art.6).

Si tratta, in sintesi, di enti che fanno della partecipazione e della cittadinanza attiva il proprio elemento distintivo e identitario, perseguendo l'interesse generale inteso come quelle attività che sono funzionali all'attuazione di quanto previsto dall'art. 3 comma 2 della Costituzione (rimozione degli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana). Il terzo settore non è quindi riconducibile:
• né al solo welfare, poiché gli enti operano in molti altri ambiti (dalla cultura all'ambiente ai beni comuni etc...)
• né all'erogazione di servizi, poiché sono altrettanto rilevanti e numerose le attività di advocacy;
• né a soli termini economici, sia perché molte attività di interesse generale non sono riconducibili ad un valore economico, sia perché - in ogni caso - il riscontro economico è semplicemente una conseguenza, ma non certo una finalità, delle attività degli enti.

La legislazione italiana ha finalmente disciplinato il terzo settore dandone una definizione giuridica. All'art. 1 comma 1 della Legge 106 del 6 giugno 2016, "Delega al Governo per la riforma del Terzo settore, dell'impresa sociale e per la disciplina del servizio civile universale", si legge: "Per Terzo settore si intende il complesso degli enti privati costituiti per il perseguimento, senza scopo di lucro, di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale e che, in attuazione del principio di sussidiarietà e in coerenza con i rispettivi statuti o atti costitutivi, promuovono e realizzano attività di interesse generale mediante forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi".

Pertanto i criteri cui ottemperare affinché un ente possa essere annoverato nel terzo settore sono:
• avere natura giuridica privata
• assenza di scopo di lucro
• disporre di statuto o atto costitutivo
• perseguimento di finalità civiche, solidaristiche e di utilità sociale
• attuazione del principio di sussidiarietà
• promozione e realizzazione di attività di interesse generale
• ricorso a forme di azione volontaria e gratuita o di mutualità o di produzione e scambio di beni e servizi.

Lo stesso articolo esplicita poi quali sono i soggetti che non fanno parte del terzo settore: "Non fanno parte del Terzo settore le formazioni e le associazioni politiche, i sindacati, le associazioni professionali e di rappresentanza di categorie economiche. Alle fondazioni bancarie, in quanto enti che concorrono al perseguimento delle finalità della presente legge, non si applicano le disposizioni contenute in essa e nei relativi decreti attuativi".

In sintesi, per poter essere considerato di terzo settore, a un ente non basta essere una organizzazione non a scopo di lucro, ma deve ottemperare a ulteriori e più stringenti criteri.

La Legge 106/2016 prevede inoltre che entro 12 mesi dalla sua approvazione vengano emanati dei Decreti Legislativi che più specificamente intervengano su: - Revisione del titolo II del libro primo del codice civile (in particolare, la semplificazione delle procedure per gli enti al fine di ottenere la personalità giuridica) (art. 3)
• Riordino e revisione della disciplina del terzo settore e codice del terzo settore (art. 4)
• Riforma dell'impresa sociale (art. 6)
• Revisione delle modalità di vigilanza, monitoraggio e controllo (art. 7)
• Definizione di misure fiscali e di sostegno economico (art. 9).

Welfare aziendale, la nuova frontiera è il Terzo settore
Il mercato dei servizi di Welfare Aziendale (WA), come noto in forte sviluppo, ha un nuovo centro di propulsione: il Terzo Settore. Anche se con qualche ritardo ed anche se ancora riferibile alle imprese sociali più organizzate, questa constatazione non poteva che essere confermata dai fatti perché non era pensabile che proprio chi “fa welfare” restasse fuori da una partita sempre più importante sul piano sociale e collettivo. E anche di business.

Welfare Aziendale: dal contratto al “patto”.
Se il Welfare State ogni anno vede restringersi le maglie dei finanziamenti pubblici e quelle delle griglie di accesso ai servizi, nel tentativo di contenere la spesa sociale (invece di ricalibrarla in considerazione dei mutati e più variegati bisogni che la società esprime), parallelamente, ogni anno, un numero crescente di lavoratori e di famiglie riesce a disporre di interventi di welfare integrativo, di tipo aziendale privato, con i quali le imprese intendono migliorare le dinamiche vita-lavoro dei propri dipendenti. Certo: in tal modo si allargano delle disuguaglianze (tra chi lavora e chi un lavoro non ce l’ha; tra chi lavora in aziende welfare oriented e chi no), ma, almeno in parte, si colmano anche delle lacune.
Il WA non è paternalismo, sia ben chiaro: per le aziende è people strategy, ossia una “leva” sulla quale agire nel quadro della loro complessiva strategia. Ma è anche altro, almeno per le più “civili” tra esse: come la ricerca di una reciprocità che richiama logiche di welfare generativo e dinamiche di maggiore capacitazione delle persone. Qual è lo schema che si attiva con il WA? Semplificando un po’ si tratta di questo: l’impresa aiuta il dipendente fornendogli l’accesso ad una serie di beni e di servizi destinati a dare risposte a bisogni che non riguardano direttamente la vita aziendale e la prestazione lavorativa, bensì la vita personale e familiare del collaboratore (si tratta spesso di sostegni economici su alcune voci di spesa come l’asilo nido, l’acquisto dei testi scolastici o dei servizi di assistenza per i familiari anziani o non autosufficienti).
Fuori dalla logica riduttiva e solo sinallagmatica del contratto (salario vs. prestazione) e ponendosi su un piano più ricco di senso, come quello del “patto” (significativo che Confindustria e le OO.SS., attivando il recente “tavolo” per l’avvio di più proficue relazioni industriali, l’abbiano definito come l’occasione per stringere un “Patto per la Fabbrica”) nelle imprese dove si introducono interventi di WA il lavoratore, in cambio, restituisce una maggiore produttività (con meno stress si lavora meglio e si fanno meno assenze) ed un accresciuto senso di fedeltà all’azienda (riduzione del turnover e dei relativi costi). Più in generale, ne traggono benefici effetti anche il clima interno, l’immagine complessiva dell’azienda (employer branding) e le relazioni umane tra manager e collaboratori.
Azienda e lavoratore, inoltre, sugli importi stanziati a titolo di WA, beneficiano entrambi di una fiscalità di favore: l’azienda risparmia qualcosa e il lavoratore percepisce di più (in servizi) rispetto a quanto avrebbe ricevuto se quegli importi gli fossero stati corrisposti in denaro con la busta paga (e quindi tassati). A ben vedere, da questa impostazione finisce, poi, per ottenere un vantaggio anche lo Stato che, di fatto, “scarica” sulle imprese la responsabilità (sociale) - non ovviamente l’obbligo - di provvedere al sostegno di alcune prestazioni meritevoli di tutela che in tal modo ed almeno in parte non gravano sui conti del welfare pubblico. Sostenendo il reddito, ciò che viene perso sul fronte del gettito fiscale e previdenziale si riversa sull’economia sotto forma di sostegno ai consumi e nella creazione di posti di lavoro perché aumenta l’accesso a prestazioni anche labour intensive come i servizi alla persona (il che ci porta ad uno degli aspetti interessanti che collegano il Terzo Settore allo sviluppo del WA).

Un’opportunità per crescere.
La platea dei lavoratori dipendenti del settore privato che fruiscono di Piani di Welfare Aziendale (PWA) è destinato ad aumentare considerevolmente, non solo perché è in rapida crescita il numero dei contratti integrativi aziendali che introducono programmi di questo tipo, ma anche perché, dopo il recentissimo “rivoluzionario” accordo per il CCNL dei Metalmeccanici (che fa del WA uno dei perni del nuovo impianto retributivo e relazionale con i lavoratori), si può senz’altro parlare di turning point nella storia del welfare d’impresa: si tratta, infatti, di un accordo “storico” non solo per il fatto che intorno ad esso si è ricompattata l’unità sindacale delle tre principali Confederazioni ma, soprattutto, perché il suo contenuto finirà per ispirare certamente anche altri CCNL attualmente in fase di rinnovo. E che il 2016 appena concluso sia stato “l’anno del Welfare Aziendale” lo aveva fatto intendere, ancor prima del passaggio epocale appena ricordato, un’altra svolta di grande significato: l’ammodernamento (ancorché parziale) effettuato con alcune disposizioni della legge di stabilità 2016 che hanno ridefinito taluni istituti del WA sia sul piano fiscale (agendo sul TUIR), sia su quello della contrattazione di secondo livello, rimettendo in pista anche i “premi di risultato” (soggetti ad un’aliquota IRPEF ridotta al 10%) nella speranza di contribuire a quel recupero di produttività del lavoro che, in Italia, è uno dei temi più dibattuti ed urgenti ed incrementando l’appeal della manovra proprio utilizzando la “leva” del WA (un premio di risultato corrisposto in servizi di welfare anziché in cash è completamente esente da imposizione fiscale non essendo soggetto neppure all’aliquota IRPEF agevolata).

“Dietro le quinte” del WA: un nuovo mercato.
Quando pensiamo al WA, però, non dobbiamo solo pensare alle relazioni industriali, ai contratti collettivi e alle strategie aziendali e sindacali che ne determinano il contenuto e le finalità. E neppure dobbiamo pensare solo ai servizi che compongono il basket degli interventi resi accessibili ai beneficiari dei PWA. Il tema, infatti, ci deve rimandare anche al mercato degli operatori che “dietro le quinte” del welfare d’impresa gestiscono una serie di servizi di supporto al Welfare Aziendale (SSWA) e lo rendono maggiormente fruibile.
Si tratta di un mercato sostanzialmente nuovo perché nuove sono le soluzioni adottate per ottimizzare l’accesso ai PWA, nonché la loro rendicontazione ed amministrazione generale.
Grazie all’impiego della tecnologia oggi disponibile si possono coniugare bisogni e risposte con la facilità di accesso ai servizi resa possibile dal web e dai diversi device con i quali accedere a quello che è stato ribattezzato come il “Welfare Aziendale 2.0”. Anche monitoraggi e rendicontazioni diventano più semplici e più facili sono anche le condivisioni delle soluzioni quando il WA viene progettato e destinato alle Reti d’impresa o ad associazioni di imprese (del primo tipo è il caso, ormai di scuola, rappresentato dalla rete varesina GIUNCA, mentre, per il secondo tipo, è interessante il “pacchetto” di servizi web-based gestito da Assolombarda in favore delle aziende ad essa iscritte).
Ma cosa s’intende per “servizi di supporto al WA”? Stiamo parlando di quei servizi utilizzando i quali le aziende mirano ad abbattere i costi operativi e gestionali degli interventi di Welfare, eliminando una serie di “pesi” che altrimenti graverebbero sulla loro organizzazione e che possono essere invece gestiti in outsourcing da una società terza, a fronte di un costo che, comunque, dovrà risultare inferiore alla gestione in house. Si tratta di servizi resi da operatori specializzati che hanno sfruttato appieno l’evoluzione dell’informatica per creare software e sistemi gestionali in grado di “tracciare” gli acquisti dei beni e dei servizi oggetto dei PWA. Hanno fatto da apripista, in origine, alcune realtà che sono nate pionieristicamente in anni in cui il WA non era ancora “di moda”, cui in tempi più recenti si è affiancata una variegata congerie di altre realtà, provenienti da settori sinergici con le tematiche del WA (dalle società di brokeraggio assicurativo, alle società emettitrici di voucher, dalle agenzie per il lavoro alle società di payroll che elaborano cedolini paga e offrono software per l’ordinaria amministrazione del personale). E’ un caso di mercato che potremmo definire caratterizzato da una rilevante dose di biodiversità, nel quale stanno convivendo aziende di ogni dimensione e di diversa estrazione settoriale e nel quale si sta facendo in qualche misura innovazione sociale, coniugando il business con il dialogo aperto verso chi il Welfare lo “produce” ogni giorno (in particolare il mondo della cooperazione sociale). Anzi: quest’ultimo, benché i casi siano ancora poco numerosi, è a sua volta diventato parte attiva di questo “settore” sfruttando il suo know-how sino a proporsi non solo (il che è ovvio) come partner erogatore di servizi al fine di intercettare la domanda espressa dai lavoratori e dalle loro famiglie, ma anche come operatore dei SSWA, proponendosi alle aziende come outsourcer e dotandosi, nei casi più avanzati, di interfacce web e soluzioni tecnologiche in grado di competere, almeno nelle intenzioni, con quelle delle società profit già presenti sul mercato.

Il Terzo Settore avanza.
La realtà più vicina al welfare, anche a quello aziendale, è quella espressa dal Terzo Settore. Il suo impegno quotidiano nell’erogazione dei servizi alla persona, in apposite strutture o a domicilio, ne fa quasi per definizione l’interlocutore naturale per la ricerca di soluzioni e risposte ai bisogni espressi dalle popolazioni aziendali. Ma c’è un gap importante da colmare che non è la tecnologia a poter risolvere magicamente: abituate come sono a dialogare con il mondo degli enti locali, delle quali sono il braccio operativo nel settore del welfare pubblico, le realtà della cooperazione sociale sono spesso in difficoltà anche semantica rispetto al dialogo con le aziende e con i manager che al loro interno si occupano di WA.
A rompere gli indugi, come sempre, ci ha pensato un’avanguardia costituita da alcune ben strutturate realtà che si sono attrezzate, culturalmente ed operativamente, per non perdere l’opportunità d’intercettare la potenziale rilevante domanda di servizi che le aziende, con i loro PWA, sono in grado di esprimere.
Tra queste, ad esempio, troviamo la reggiana Coopselios che, da alcuni anni, ha allestito, insieme alla Fondazione Easy Care, una business unit dedicata al WA (denominata BeWelfare) che non solo aggrega i servizi erogati dalla cooperativa, o proposti da altri operatori della cooperazione sociale e del non profit, ma si propone direttamente anche nel ruolo di advisor per la definizione del piano degli interventi di WA.
Si sono organizzati tramite appositi pacchetti di servizi anche alcuni consorzi di cooperative sociali come il Consorzio SIS (Sistema Imprese Sociali) di Milano che raggruppa la sua offerta con il brand “6Welfare”, resa disponibile anche tramite un’apposita card ed una partnership con l’operatore specializzato Corporate Benefit: l’offerta è dedicata alle imprese sociali della rete consortile, ma è fruibile anche da imprese esterne che possono includere questi servizi nei loro PWA.
Il caso forse più interessante, per la completezza dell’approccio e l’upgrade delle soluzioni proposte, è sinora quello della marchigiana COOSS, primo caso, a quanto ci è dato sapere, di realtà della cooperazione sociale ad avere allestito, in proprio, un completo pacchetto di SSWA che include anche la gestione degli interventi di welfare in azienda tramite un apposito portale web (come fanno, cioè, tutti i principali provider del mercato di cui stiamo parlando).
L’idea di fondo, in questo caso, è stata quella di coniugare in maniera sinergica il know-how della cooperativa e dei suoi operatori (oltre 2.600 tra soci e dipendenti) con il suo forte radicamento territoriale. “Abbiamo puntato sulla filiera corta” ci dice Andrea Scocchera, Vice Presidente di COOSS, “per dare, con la nostra esperienza, un forte valore aggiunto ai servizi di welfare aziendale sfruttando appieno la nostra presenza nell’ambito dei servizi resi nel quadro dei programmi di welfare pubblico. Questo significa che un servizio domiciliare destinato ai minori, quello di un educatore, ad esempio, può essere reso dalla stessa persona che quella famiglia già conosce perché in quel territorio si avvale anche dei nostri servizi in ambito pubblico, come nel caso degli asilo nido”. Il radicamento territoriale diventa così non solo sinonimo di agile operatività, ma anche relazionalità che nel caring è un aspetto imprescindibile per la qualità complessiva del servizio.
Anche COOSS ha creato una business unit dedicata, caratterizzata - e qui sta la novità per un operatore del Terzo Settore - dalla dotazione di supporti informatizzati di ultima generazione e di strumenti web che consentono di rispondere alle richieste delle aziende anche sul piano della gestione del PWA.
In particolare, la cooperativa si è dotata di un suo portale (denominato “Welfie”) per la gestione dei servizi sostenuti dal favor fiscale previsto dal TUIR, restando così concentrata sulle sue specifiche capacità professionali e sull’essenza stessa del WA: servizi alla persona e sostegno economico (gestione dei rimborsi consentiti dalla vigente normativa). I dipendenti delle aziende clienti, tramite il portale, dispongono di un proprio budget individuale (in base all’importo previsto, per ciascuno di essi, dal PWA) che possono allocare sugli acquisti dei servizi di cui necessitano. “L’offerta”, precisa Scocchera, “è resa competitiva sia sul piano economico, perché i servizi sono resi direttamente da noi, sia sul piano operativo, perché l’erogazione dei servizi può disporre di un grado di personalizzazione molto elevato in virtù della radicata presenza e della personale conoscenza sussistente tra gli operatori sul campo e i beneficiari degli interventi di WA”.
“Servizi e portale dialogano in tempo reale”, aggiunge Alessandro Ciglieri, responsabile servizi welfare di COOS, “perché, dopo che il beneficiario ha effettuato online, tramite il portale, la prenotazione dei servizi di welfare di cui necessita, questi sono erogati registrando l’intervento tramite un’apposita card NFC (Near Field Communication – N.d.R.) letta dallo smartphone dell’operatore materialmente incaricato della prestazione: in tal modo si acquisiscono l’orario di inizio e di conclusione delle singole prestazioni che sono poi contabilizzate online dal portale in tempo reale e scalate dal budget del singolo beneficiario”.
Le potenzialità del Terzo Settore nell’ambito del WA e dello sviluppo delle tecnologie associabili ai SSWA, come s’intuisce, possono essere notevoli perché il sottostante è un potente mix fatto di sensibilità al tema e di know-how difficilmente replicabile da altri operatori.
Ne è ben conscia RIBES-Rete Italiana Benessere e Salute che raggruppa alcune importanti realtà della cooperazione sociale e tra i cui obiettivi, come leggiamo sul suo sito internet (ribeshub.com), vi è quello di “trasformare il mondo dell’economia sociale realizzando progetti innovativi all’interno del complesso assetto del sistema dei servizi e degli interventi relativi alla cura alla persona”, il che passa per la creazione di nuovi modelli di business nel campo del welfare anche per intercettare nuove opportunità commerciali tra le quali viene espressamente indicata l’intenzione di “sviluppare ed implementare il welfare aziendale” sia per i lavoratori delle organizzazioni partner della Rete, sia per l’insieme delle aziende private con le quali le cooperative si rapportano abitualmente (fornitori, clienti ed altri stakeholder).
Queste premesse, conclude Andrea Scocchera, “potrebbero condurre alla creazione di una rete nazionale di cooperative sociali per arrivare a coprire il territorio con i servizi necessari anche al welfare aziendale creando una serie di opzioni accessibili in maniera omogenea quanto a condizioni economiche, operative e di qualità dei servizi”. Il futuro potrebbe quindi riservare al Terzo Settore un ruolo di primissimo piano rispetto ad un mercato potenzialmente enorme e qualcosa di più lo scopriremo a breve, proprio quest’anno, quando verrà presentata la seconda edizione del Rapporto “Welfare Index PMI” che, non a caso, rispetto alla sua prima release, ha dedicato un’apposita sezione dello studio al rapporto esistente tra Welfare Aziendale e Terzo Settore, quest’ultimo inteso nella sua duplice veste di erogatore di servizi di WA per i propri dipendenti e di provider per conto di aziende private o istituzioni pubbliche.
Diffondere la cultura del welfare aziendale come leva di crescita per le piccole e medie imprese, che rappresentano l’80% della forza lavoro del Paese. Questo è l’obiettivo di Welfare Index PMI, l’iniziativa – giunta alla seconda edizione – promossa da Generali Italia, con la partecipazione delle maggiori confederazioni italiane: Confartigianato, Confindustria, Confagricoltura e Confprofessioni.
Cresce il successo dell’iniziativa con il coinvolgimento all’indagine di oltre 3.400 aziende, il 60% in più del 2016. La ricerca, condotta da Innovation Team, rappresenta la prima mappatura sistematica della diffusione del Welfare aziendale, che quest’anno si è allargata ai cinque settori produttivi – agricoltura, industria, artigianato, commercio e servizi, studi e servizi professionali – e al terzo settore.
Alle imprese partecipanti, Welfare Index PMI mette a disposizione una misura del proprio livello di welfare, considerando 12 aree di welfare aziendale. Ogni impresa, attraverso il sito www.welfareindexpmi.it, può accedere a un servizio gratuito per misurare le proprie iniziative di welfare e confrontarsi con le esperienze più avanzate del proprio settore.
Quest’anno Welfare Index PMI introduce un nuovo strumento: il Rating Welfare Index PMI, che raggruppa tutte le aziende in 5 classi con un valore crescente da 1W a 5 W. Lo scopo è di permettere alle imprese di comunicare il proprio livello di welfare in modo immediatamente riconoscibile, facendo diventare il rating un vantaggio competitivo oltre che a stimolare un percorso di crescita.
Le 22 aziende che hanno ottenuto le 5W sono storie d’eccellenza, ovvero aziende che hanno attuato un ampio ventaglio di iniziative per il benessere dei lavoratori e delle loro famiglie, con soluzioni originali. “Il welfare fa parte del dna di Generali Italia, sia per i nostri 8 mila dipendenti sia per i dipendenti delle grandi aziende, nostre clienti. Ma l’Italia è fatta di piccole medie imprese e l’iniziativa Welfare Index PMI vuole diffondere in loro e, quindi, nel Paese, la cultura del welfare aziendale: uno strumento chiave per la crescita. Siamo molto lieti che un numero sempre maggiore di imprese aderisca a Welfare Index PMI per valutare il proprio livello di welfare. Un risultato importante che è stato possibile solo grazie alla partecipazione attiva di tanti attori, come le imprese, le confederazioni e le istituzioni”, ha dichiarato Marco Sesana, Country Manager e Amministratore Delegato di Generali Italia.
Nel 2017 hanno aderito all’iniziativa anche Confartigianato e Confprofessioni, affiancandosi a Confindustria e Confagricoltura. La partecipazione delle associazioni imprenditoriali è stata determinante per la diffusione del progetto e dimostra impegno continuo delle associazioni imprenditoriali nel sostenere le imprese.
Giorgio Merletti, Presidente di Confartigianato Imprese: “Confartigianato ha una consolidata esperienza trentennale nella gestione del welfare, attraverso la bilateralità, nell’interesse dei nostri imprenditori, dei loro dipendenti e delle famiglie. Abbiamo quindi aderito all’iniziativa Welfare Index PMI perché consideriamo il welfare aziendale uno strumento che consente agli imprenditori di costruire risposte efficaci e su misura in materia di previdenza, sanità, istruzione e formazione, opportunità di lavoro, conciliazione tra tempo lavorativo e vita privata, pari opportunità, cultura e tempo libero, iniziative a beneficio del territorio e della comunità”.
Alberto Baban, Presidente della Piccola Industria di Confindustria: “Il welfare pubblico è un pilastro della nostra società ma se viene integrato con i sistemi privati può crescere in efficienza ed efficacia. In questo contesto le pmi, che sono piccole comunità formate dall’imprenditore e dai suoi collaboratori, possono diventare i principali attori della trasformazione sociale del modello economico e della distribuzione del benessere. Iniziative come quella del Welfare Index PMI sono fondamentali per aiutarci a cogliere questa sfida favorendo sul piano culturale l’avvicinamento delle piccole e medie imprese al concetto di welfare come elemento di competitività. Non dobbiamo dimenticare, infatti – conclude Baban -, che migliorare il welfare in azienda aiuta anche la produttività”. Mario Guidi, Presidente di Confagricoltura: “L’agricoltura ha una storia consolidata di welfare. Ha sempre svolto una funzione sociale a vantaggio della collettività, in particolare dei propri dipendenti, favorendo l’inserimento dei lavoratori nel contesto aziendale e migliorando la loro qualità di vita attraverso la creazione di alloggi, scuole, punti di aggregazione e, soprattutto, fornendo assistenza in campo sanitario. Oggi la strada intrapresa dalle aziende agricole verso il più ampio concetto di sostenibilità – ambientale, economica e sociale – porta ad un sempre maggiore impegno in questa direzione. Non è un caso che oggi esista una realtà consolidata fatta da migliaia di imprese agricole impegnate in Agricoltura Sociale, a cui Confagricoltura guarda con particolare attenzione. Dal Welfare Index Pmi e dalle esperienze di altri settori contiamo di trarre idee ed elementi di progettualità utili per tutte le nostre imprese”.
Gaetano Stella, Presidente di Confprofessioni: “Da oltre dieci anni siamo impegnati a promuovere la cultura del welfare all’interno degli studi professionali, perché siamo fermamente convinti del suo valore per la crescita del capitale umano e dell’innovazione sociale. Abbiamo accolto con vivo interesse l’iniziativa promossa da Generali Italia e siamo pronti a sostenerla sia all’interno degli studi, ma anche delle Pmi. Crediamo infatti che i professionisti, nel loro ruolo di intermediari qualificati, possano svolgere una funzione fondamentale per diffondere la cultura del welfare nelle imprese”.

Evento Welfare Index Pmi 2017
Le novità del welfare verranno illustrate nel “Rapporto Welfare Index Pmi 2017”, che verrà presentato il prossimo 28 marzo a Roma presso l’università Luiss G. Carli. Durante l’evento di presentazione – patrocinato dalla Presidenza del Consiglio – saranno premiate le prime tre classificate di ogni settore e attribuite 4 menzioni speciali alle piccole e medie imprese migliori negli ambiti di: agricoltura sociale, terzo settore, valore donna, integrazione sociale.

Comitato Guida
Il Comitato Guida segue l’evoluzione del welfare aziendale e, conseguentemente, definisce le aree di welfare sottostanti al Welfare Index PMI, oggetto dell’indagine. A rilevazione avvenuta, ne analizza e certifica i risultati e rilascia a ogni impresa un attestato di rating con una sintetica motivazione.
Il Comitato Guida è composto da figure indipendenti, professionisti del settore, rappresentanti di Generali Italia, delle Confederazioni e da membri delle istituzioni universitarie/scientifiche: Bruno Busacca, Responsabile Segreteria Tecnica del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, Mario Calderini, Professore Politecnico di Milano e Consigliere politiche di ricerca e innovazione al Ministero dell’Istruzione, Cristina Calabrese, Amministratore Delegato di K2People, Cesare Fumagalli, Segretario Generali di Confartigianato Imprese, Marco Magnani, Senior Research Fellow Harvard Kennedy School; Andrea Mencattini, Chief Governance of Insurance Subsidiaries, Business Development e Institutional Relation Officer di Generali Italia; Luigi Mastrobuono, Direttore Generale di Confagricoltura; Marcella Panucci, Direttore Generale di Confindustria; Nicola Pelà, Director of HR for Retail Pharmacy International Walgreens Boots Alliance , Giovanni Luca Perin, Chief HR & Organization Officer di Generali Italia; Lucia Sciacca, Direttore Comunicazione e Sostenibilità di Generali Italia; Gaetano Stella, Presidente di Confprofessioni. Segretario del Comitato Guida: Marco Colnagni Make a Change.

I partner dell’iniziativa
Generali Italia, la compagnia assicurativa del Gruppo Generali, è leader di mercato con la più grande e diversificata rete distributiva in Italia. Agli oltre 10 milioni di clienti, tra persone, famiglie e imprese, offre soluzioni assicurative vita, danni e previdenza, personalizzate in base ai bisogni degli assicurati. Con una raccolta premi complessiva di 23,4 miliardi di euro, Generali Italia è il primo polo assicurativo del Paese. In Italia, il Gruppo opera con Generali Italia, Alleanza Assicurazioni, Genertel e Genertellife.
Confartigianato Imprese è la più grande rete europea di rappresentanza degli interessi e di erogazione di servizi all’artigianato e alle piccole imprese. Il Sistema Confartigianato opera in tutta Italia con una sede nazionale a Roma e 1.200 sedi territoriali che fanno capo a 118 Associazioni provinciali e a 20 Federazioni regionali. Confartigianato rappresenta le imprese appartenenti a decine di settori organizzate in 7 Aree di impresa, 12 Federazioni di categoria che, a loro volta, si articolano in 46 Associazioni di Mestiere.
Confindustria è la principale associazione di rappresentanza delle imprese manifatturiere e di servizi in Italia, con una base, ad adesione volontaria, che conta oltre 150mila imprese di tutte le dimensioni, per un totale di 5.440.873 addetti. L’attività dell’associazione è di garantire la centralità dell’impresa, quale motore per lo sviluppo economico, sociale e civile del Paese. Confindustria rappresenta le imprese e i loro valori presso le Istituzioni, a tutti i livelli, per contribuire al benessere e al progresso della società. È in questa chiave che garantisce servizi sempre più diversificati, efficienti e moderni.
Confagricoltura è l’organizzazione di rappresentanza e tutela dell’impresa agricola italiana. Riconosce nell’imprenditore agricolo il protagonista della produzione e persegue lo sviluppo economico, tecnologico e sociale dell’agricoltura e delle imprese agricole. La presenza di Confagricoltura nel territorio nazionale si concretizza, in modo capillare, attraverso le Federazioni regionali (19), le Unioni provinciali (95), gli uffici di zona e le delegazioni comunali.
Confprofessioni è la principale organizzazione di rappresentanza dei liberi professionisti in Italia. Fondata nel 1966 rappresenta e tutela gli interessi generali della categoria nel rapporto con le controparti negoziali e con le istituzioni politiche comunitarie nazionali e territoriali a tutti i livelli. Attraverso 20 delegazioni regionali, la Confederazione mira alla qualificazione e alla promozione delle attività intellettuali nel contesto economico e sociale. Firmataria del CCNL dei dipendenti degli Studi Professionali, raggruppa un sistema produttivo composto da oltre 1 milione e mezzo di liberi professionisti per un comparto di 4 milioni di operatori che formano il 12,5 % del Pil.




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